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La mia impresa opera nel settore dell’automotive. Vorremo avviare un’attività produttiva in Serbia, Albania o Bosnia

Apparso su "Il Sole 24 Ore " del 22/11/2010

del Dott. Andrea Ferrero Bogetto, export manager Interprofessional Network

Iniziamo col dire che negli ultimi anni i processi di internazionalizzazione si sono complicati nella loro modalità di espressione, nelle loro cause di determinazione del fenomeno e nella numerosità dei soggetti coinvolti: è doveroso affermare pertanto quanto sia complesso dare in poche battute dei suggerimenti pratici all'imprenditore che desidera avviare un'attività produttiva in uno dei tre paesi citati, che, a parte una storia che li accomuna - oltretutto solo in due di questi - sono completamente differenti in termini di cultura, tradizioni, organizzazioni sociali, aspetti legislativi ed infrastrutture.

Dopo questa necessaria premessa metodologica rileviamo che in linea generale un partner scelto con cura è il metodo più efficace per entrare su un nuovo mercato. Dobbiamo sottolineare come un tempo la delocalizzazione ( soprattutto nei Paesi dell'Est Europa, prima dell'avvento della Cina e del Sud Est Asiatico) fosse principalmente finalizzata al conseguimento di un vantaggio di costo produttivo - principalmente derivante dal costo inferiore della mano d'opera. Oggi le aziende sono invece spinte a beneficiare non solo del contenimento dei costi ma soprattutto delle grandi opportunità offerte dai nuovi mercati nei quali si insediano, che possono essere massimizzate proprio attraverso partner locali, sincronizzati opportunamente sugli obbiettivi del progetto.

Dobbiamo sottolineare come queste partnership, debbano essere ancorate su una buona relazione fra le controparti e regolate da accordi stilati per iscritto nel modo più chiaro e completo possibile. Questo non solo per ovvie ragioni di chiarezza del rapporto contrattuale, ma anche per consentire di affrontare in modo certo taluni aspetti delicati della contrattualistica internazionale, quali la scelta della legge applicabile e del foro competente e di disporre di uno strumento che consenta, se necessario, di affrontare nel modo migliore una eventuale controversia.

Nell'operatività, tra le cause di possibili problemi assume spesso un ruolo rilevante il mancato coordinamento delle attività, specificatamente la disomogeneità tra le attività svolte e la diversità tecnologica tra le imprese, l'asimmetria informativa e la non sufficiente chiarezza dei termini, che spesso può succedere vengano, in assoluta buona fede, interpretati in modo diverso dalle parti. Un altro rischio che si può correre, se non opportunamente regolato, è la progressiva perdita inconsapevole della propria indipendenza decisionale nelle scelte strategiche.

I tre Paesi citati hanno liberalizzato l'accesso di capitali e le iniziative economiche, tutelando gli investitori stranieri e fornendo loro delle garanzie.

Nella scelta del Paese nel quale investire è necessario tuttavia tener conto di diversi elementi, fra i quali: le differenze culturali, la preparazione delle risorse umane locali, il costo del lavoro, le infrastrutture esistenti, il regime fiscale, le agevolazioni sugli investimenti, i tempi e le modalità di ottenimento di licenze ed autorizzazioni.

Da segnalare per il settore "automotive" l'importante investimento del gruppo Fiat in Serbia, Paese nel quale in questi anni si è consolidata una consistente presenza italiana. In questo contesto si apriranno presumibilmente interessanti spazi di mercato per le aziende che operano nella componentistica e nella sub-fornitura, che avranno la possibilità di usufruire di un regime fiscale favorevole (gli utili societari sono tassati al 10%) e di interessanti incentivi predisposti per questo settore, considerato strategico dalle Autorità serbe.