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Internazionalizzazione va bene, ma deve esserci anche mercato

Apparso su "Verona Manager - numero marzo/aprile 2011"

Internazionalizzare: un imperativo per tutti, per conquistare nuovi mercati, per rispondere alla globalizzazione. Non è facile ed è altrettanto certo che si può internazionalizzare in vario modo. Lo si è constatato e confermato nelle tre "Serate dell'innovazione", promosse dal vicepresidente con delega appunto all'internazionalizzazione, Sandro Veronesi, con la collaborazione di Banca Popolare di Vicenza, all'Hotel Veronesi, alla Riseria Ferron e a Redoro. La prima dedicata alle esperienze di investimenti produttivi all'estero (con protagonisti Calzedonia, Ufi Filters e Breviglieri), la seconda con le testimonianze di investimenti commerciali (ancora Calzedonia, ma anche 3 A Antonini, Le Fablier, Fedrigoni e Masi) e la terza, infine, con i consulenti che hanno dato una panoramica delle forme di assistenza offerte agli operatori dal punto di vista finanziario, commerciale e legale, quindi con Interprofessional Network, Yingle Vàrnai Luzi Crivellini & Associati, Sace, Informest, Simest e Dhl Express Italy. Non più di 80 partecipanti per serata proprio per permettere il dialogo tra i relatori-testimoni e quanti avevano diverse esperienze. Cercando, come ha sottolineato in prima battuta Veronesi, di fare meno errori possibili e non più nella prospettiva, come in passato, di una delocalizzazione produttiva, quanto nella ricerca di nuovi mercati. Operando secondo le proprie dimensioni, senza dimenticare gli esempi esterni: della Gran Bretagna che ha finito per terziarizzarsi, ma anche di Germania e Giappone che sono rimaste industriali, pur internazionalizzando.

Non solo Cina, quindi, per gli investimenti produttivi, anche se l'esperienza cinese, illustrata in prima serata da Giorgio Girondi (Ufi), è apparsa esemplare per le difficoltà incontrate, inizialmente nel dialogo con un partner cinese, e poi piena di soddisfazioni e di riscontri quella dell'avventura solitaria nella produzione prima in Cina (e poi anche in Corea e India per poter anche "attaccare" un domani il Giappone) di filtri ed altre attrezzature a fianco dei produttori locali. Vicino al consumatore, quindi, che nel caso di Ufi è l'industria delle auto e aeronautica, ma anche la nucleare, la microfiltrazione alimentare. Cina indispensabile visto che è un paese dove si producono annualmente 12,5 milioni di veicoli con prospettiva di un raddoppio.

Diversa la storia di Calzedonia. Sedici anni fa era ancora azienda commerciale, con subforniture italiane, per passare poi a produrre direttamente prima in Veneto, poi in Slovenia, Croazia (provato con il calzificio da uomo). Oggi, con 1.700 dipendenti, è il più grande calzificio per donna e mira a creare il circuito virtuoso produzione-consumo, coinvolgendo Tunisia, ma soprattutto Sri Lanka, dove i collaboratori sono 7.500. Si è così realizzato l'obiettivo di prodotti di qualità a prezzi bassi, poi riversati sui clienti.

Diversa ancora l'esperienza di Luciana Breviglieri, macchine agricole, con solo una cinquantina di addetti, ma con l'80% esportato. Gli sviluppi all'estero funzionali all'entrata su mercati nuovi. "Non per portare via il lavoro dall'Italia - ma per cercare nuovi mercati" ha sottolineato. Così Breviglieri, ad esempio, è in India, malgrado le tasse doganali.

Come diversa è stata l'esperienza dei vari imprenditori intervenuti. E' il caso di Renato Mai (pneumatici). Dopo un'esperienza in Turchia, dove ha portato la tecnologia aziendale, è passato nel 2009 in Cina con tutti gli aspetti positivi e negativi che questo comporta, visto che tendenzialmente il commerciante cinese vende ovunque, malgrado accordi contrari. Come è diversa quella della Manifattura Italiana Cucirini che in Egitto commercializza, ma anche produce, oltre ad essere presente in vario modo anche in Romania, Tunisia, Marocco e Libano.

Diversa ancora rispetto a quanto raccontato da Dante Ferroli, partito oltre 40 anni fa dalla Spagna per allargarsi poi alla Turchia e alla Cina, con tre stabilimenti. "Ci vuole costanza - ha detto il cavaliere del lavoro - per poi arrivare alle soddisfazioni, tanto che ho il rammarico di non poter fare di più. Perché il mercato è là". "Importante - ha concluso Girondi - è fare bene". Internazionalizzare non significa semplicemente vendere un prodotto italiano all'estero, ma trasmettere all'estero la propria cultura imprenditoriale. E' lungo questo filo conduttore che si è snodata la serata dedicata alla commercializzazione. Il processo di internazionalizzazione è stato avviato non senza difficoltà - come ha ricordato Michela Barona di Le Fablier - riscontrate in particolare nella comprensione delle dinamiche commerciali e della normativa di paesi poco conosciuta. Andrea Martini (3 A Antonini) ha ricordato che una ulteriore criticità è quella di individuare i collaboratori locali più adatti e fidati ed ha citato l'esperienza della sua azienda in un paese del Sud America dove il partner locale vendeva calzature non conformi alle specifiche approvate dall'azienda italiana. Ma non occorre andare così lontano. Esemplare, a questo proposito, l'esperienza di Calzedonia, riassunta da Marco Carletto, con l'apertura di un negozio Calzedonia a Piccadilly Circus a Londra, che ha comportato lungaggini burocratiche e amministrative.

Ma il prodotto stile italiano va bene ovunque? Per 3 A Antonini, presente in 39 paesi, occorre la capacità di adattarsi alle differenti culture, esigenze climatiche e tendenze, mentre per Calzedonia appare preferibile mantenere pienamente le caratteristiche del prodotto come originariamente progettato.

Ancora diversa è la situazione nel vitivinicolo, raccontata da Sandro Boscaini (Masi), dove la Masi ha abbinato, nella produzione di Tupungato in Argentina, la cultura veronese le tecnica tradizionale dell'appassimento delle uve e il vitigno Corvina con il territorio e lo stile argentino. Così l'impianto argentino ha un suo forte richiamo nel Mercosur, pur mantenendo la direzione tecnica e la distribuzione nel resto del mondo in mano alla capogruppo italiana.

Il gruppo cartario Fedrigoni ha invece optato per filiali al 100% italiane con personale che dipende direttamente dalla sede veronese. Quindi l'impostazione e know how sono aziendali, anche se la distribuzione è forte in tutta Europa e nei mercati asiatici, anche con prodotti creati su misura.